Contratti nazionali e sfide globali

di Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera

A l tavolo dei grandi contratti di lavoro dei Paesi avanzati, come quello dei metalmeccanici italiani chiuso ieri, accanto alle folte delegazioni di imprenditori e sindacalisti siede ormai fisso un solitario convitato di pietra: la globalizzazione. Un ospite di cui bisogna avere grande timore perché se il risultato di quel tavolo alla fine è troppo sbilanciato a favore del lavoro c’è il rischio concreto che le imprese non riescano a sostenere più il ritmo della concorrenza internazionale e vadano fuori mercato. Viceversa se l’impresa stravince il round del negoziato e magari umilia il sindacato è facile che psicologicamente gli operai sconfitti si iscrivano nel novero dei perdenti della globalizzazione e finiscano per diventare l’esercito elettorale di riserva dei partiti populisti. Non è facile navigare tra le nuove Scilla e Cariddi, contrattare al tempo dell’economia globale e si spiega anche così il tempo che c’è voluto per Federmeccanica e Fiom-Fim-Uilm per raggiungere un’intesa equilibrata che facesse sue le ragioni di aziende che ormai vivono nell’epoca del 4.0 e di lavoratori che hanno bisogno di buoni salari e nuove forme di tutela.